A House of Dynamite di Kathryn Bigelow, la recensione

A House of Dynamite

A House of Dynamite, vivere circondati da mura riempite di dinamite. Il pericolo di una guerra nucleare imminente nell’epoca in cui una parola di troppo, una scelta sbagliata, una valutazione imprecisa o un banale errore possono condurre all’Apocalisse globale. Per Kathryn Bigelow non è una questione di “se”, ma di “quando”. Non è una follia: è la realtà. Il suo ultimo film, presentato in concorso all’82esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, è un thriller maestoso dalla profonda intensità dialogica, terza parte – se si esclude la parentesi Detroit – di una trilogia ideale sugli Stati Uniti e sulla guerra dopo The Hurt Locker e Zero Dark Thirty.

L’idea narrativa è semplice: un missile nucleare di provenienza ignota è diretto verso gli Stati Uniti. Nell’arco di circa 18 minuti, tutte le figure adibite alla difesa del Paese dovranno decidere cosa fare. Ci sono milioni di vite a rischio nell’immediato, ma la questione è ancora più sottile e complicata. Chi ha lanciato il missile? Perché altri Stati stanno organizzando le proprie forze di difesa? Ma soprattutto: è necessaria un’azione altrettanto distruttiva come ritorsione?

Nella sua minuziosa indagine, Bigelow ripete il racconto per ben tre volte ricorrendo a molteplici punti di vista, disseminando le informazioni tra una reiterazione e l’altra. Le stesse situazioni ritornano più volte, ma gli equilibri e le carte in gioco cambiano a seconda della prospettiva perseguita. Non come Rashomon perché non è una messa in questione della “verità” dell’immagine, bensì A House of Dynamite è pura coreografia adrenalinica dell’istintività umana, dove nonostante le posizioni di potere ricoperte tutto viene ricondotto alle emozioni più immediate e genuine. Bigelow costruisce una messa in scena fatta di uffici, automobili, basi militari: un focus sugli spazi interni che, specularmente, è una focalizzazione anche sull’interiorità, sugli affetti che si rischia di perdere, su una visione del futuro difficile da immaginare.

In un thriller in cui tutto si ripete, così sinceramente concentrato sulle reazioni, sulle gestualità, sui volti, Kathryn Bigelow riesce a trasmettere un pathos encomiabile grazie a un montaggio serrato, puntuale, perfetto nell’incastrare la pluralità di luoghi, persone e micro-eventi che contrassegnano i 18 minuti di orbita del missile. Passiamo poco tempo con tutti i personaggi che appaiono sullo schermo, eppure le loro reazioni sono incredibilmente umane. Tra chi chiama la figlia preoccupato per la sua sorte, chi pensa alla propria promessa di matrimonio, chi si rivolge alla moglie per un consiglio invece di seguire i protocolli così tanto studiati e preparati (e pagati profumatamente, come evidenzia un altro personaggio con ironia).

Il lavoro di Bigelow è, a tutti gli effetti, una disamina sul movimento interiore dell’immagine cinematografica. E in fatto di risposte ai dilemmi morali, politici e bellici che presenta, la regista statunitense rispedisce la lettera al mittente. Non è terreno per soluzioni A House of Dynamite, ma una chiamata al risveglio, un tentativo di messa in crisi del concetto di deterrenza nucleare nel cortocircuito fondativo che la inquadra come strategia di difesa. Non un film sulla guerra che verrà, ma sulla vulnerabilità dell’umano che vi rimane intrappolato, l’angoscia silenziosa di chi sa che la guerra è già inscritta nel tessuto del quotidiano. Un’opera che disinnesca le retoriche del potere per restituire la nuda verità di un mondo che è già circondato dalla dinamite.

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Daniele Sacchi