Si chiama Bring Her Back l’opera seconda del duo di registi e youtubers australiani Danny e Michael Philippou, horror d’autore – o elevated horror – che arriva nelle sale a un paio d’anni di distanza dall’esordio Talk to Me. Il film precedente, tra misery porn e sovrabbondanti cliché, raccontava la dispersione identitaria giovanile nell’epoca dei social, muovendosi tra topoi sicuri (l’oggetto posseduto, la presenza di una dimensione Altra, il trauma familiare) e qualche trovata visiva interessante. Qui, in Bring Her Back, la coltre ombrosa del trauma persiste, ma il salto di qualità è netto e il risultato è un enigma immaginifico viscerale e perturbante.
Punto di partenza del film è la morte improvvisa del padre di due ragazzi, l’inquieto diciassettenne Andy (Billy Barratt) e la sua sorellastra Piper (Sora Wong). I due vengono affidati a Laura (Sally Hawkins), un’ex assistente sociale dall’aria eccentrica che vive in una grande casa isolata insieme a Oliver (Jonah Wren Phillips), un bambino affetto da mutismo anche lui in affido. Stranamente, Laura sembra mostrare un’attenzione speciale solo per Piper, che peraltro soffre di gravi problemi alla vista. La situazione in casa degenera presto: Oliver inizia a comportarsi in modo sempre più disturbante, mentre Laura alimenta un clima di sospetto e di manipolazione, specialmente nei confronti di Andy.
In una cornice da dramma familiare, Danny e Michael Philippou orchestrano un’odissea dell’orrore che guarda al contemporaneo (Ari Aster tra tutti) ma che riecheggia anche di atmosfere del passato, in particolare dell’epoca sixties, da Roman Polański a Mario Bava. Tutto ciò grazie a una prova eccezionale da parte di Sally Hawkins, centrale con la sua Laura nel canalizzare una singolare pulsione desiderante, materna e compulsiva, che in Bring Her Back è matrice di ogni cosa: il tentativo, esasperato e spregiudicato, di riconnettersi con la sua figlia scomparsa. Se da un lato questa pulsione ha un animo retro nella sua ossessiva schiettezza e “semplicità” di forma, dall’altro lato non può che erompere con una feroce esigenza nel suo essere percepita come necessaria, permeandosi poi sullo schermo attraverso gli aspetti più brutali e gore del film. Da questo punto di vista, i due registi australiani con Bring Her Back trovano un’ottima quadra tra elementi visivi più espliciti e diretti, che pungono a dovere e graffiano in profondità, e un orizzonte che invece è più implicito e psicologico.
A tal proposito, lo sfondo ritualistico che accompagna il film, intinto di suggestioni vintage con la sua cifra da found footage, non è mai realmente pervasivo, denotando ulteriormente una volontà registica bivalente, sospesa a metà tra l’accennare e l’esibire (un dualismo che già si poteva scorgere, acerbo, in Talk to Me). Dove invece Bring Her Back non lesina è con il personaggio di Oliver, vero e proprio profluvio della visione più orrorifica – nel senso più fisico del termine – dei fratelli Philippou. E qui risiede anche il passo ulteriore dei due registi rispetto al film precedente: nel progressivo disvelarsi di ciò che risiede dietro alle azioni del bambino (con echi da Il presagio), così come nella risoluzione degli snodi di trama legati a Laura, a emergere pressante non è tanto la cosa raffigurata, ma ciò che risiede dietro allo spettro del trauma. E qui sta lo scarto con tanti horror di oggi, a partire dallo stesso Talk to Me (ma anche i due Smile, per citare un’operazione simile): uno sguardo che, in mezzo a tutto l’orrore, riesce a essere soprattutto empatico e compassionevole.
Daniele Sacchi




