Highest 2 Lowest, ultimo joint di Spike Lee, rielabora Anatomia di un rapimento di Akira Kurosawa trapiantandolo tra i grattacieli di New York, nel cuore pulsante dell’industria musicale statunitense. Il film riunisce Lee con Denzel Washington 19 anni dopo Inside Man, un’interpretazione di rilievo in un mare in burrasca. Perché, di fatto, Highest 2 Lowest non si avvicina mai alla qualità del film di Kurosawa, specialmente a causa delle sue incertezze tonali e nei suoi tiepidi cambi di registro. Per fortuna, non ci troviamo nemmeno di fronte a un disastro come fu il remake – sempre di Spike Lee – di Oldboy. A confronto, Highest 2 Lowest riesce a conservare una certa dignità come prodotto a sé stante. Il motivo è presto detto. Tra le cose che fa bene, infatti, il film bilancia adeguatamente lo sguardo tipicamente urbano di Lee con uno sfondo musicale sospeso tra interessi corporate e una voglia di rivalsa che è invece “di strada”, muovendosi tra le contraddizioni del singolo.
Al centro di tutto ciò vi è il personaggio interpretato da Denzel Washington, il guru musicale David King nonché il fondatore della casa discografica Stackin’ Hits Records. David desidera riconsolidare la propria posizione aziendale tornando socio di maggioranza, anche per evitare l’assorbimento della compagnia da parte di un’etichetta rivale. Un evento inatteso sconvolgerà però i suoi piani: il figlio di David, Trey (Aubrey Joseph), sembrerebbe essere stato rapito. In realtà, il misterioso criminale ha rapito per errore Kyle (Elijah Wright), figlio dell’autista e amico di David, Paul Christopher (Jeffrey Wright), lasciando l’uomo dinanzi a un dilemma: scegliere se pagare o meno il riscatto, assumendosi il peso morale – ed economico – della decisione.
Spike Lee scava quindi tra i desideri personali del suo protagonista, sia nella volontà di preservare l’integrità della compagnia che ha costruito, sia nel tentativo di rinobilitare agli occhi degli altri (soprattutto la moglie Pam, interpretata da Ilfenesh Hadera) la propria passione musicale, erosa nel tempo. Il suo istinto di preservazione identitaria, basato su quanto costruito in carriera, si scontra con l’insorgenza traumatica del Reale, prima nella paura di non poter rivedere il figlio (risposta umana e paterna che lo vede pronto a sacrificare ogni cosa), poi nel più distaccato cambio di prospettiva al quale partecipa come parte “terza”. È in questo scarto che Lee abbandona forse troppo presto la presa, trasformando lentamente il suo protagonista in un eroe idealizzato e senza macchia, calandolo anche in un contesto puramente action nel confronto con il rapitore (un ottimo A$AP Rocky).
Man mano, Spike Lee perde il controllo della materia filmica e si dimentica le sfumature. Così, Highest 2 Lowest finisce per cavalcare un’onda confortevole sul piano tematico, spingendo solo nella cifra stilistica. Si passa senza soluzione di continuità da segmenti musicali a momenti di pacato confronto, da sequenze action a tinte invece più da thriller, in un film che cerca di fare tantissime cose portandone a compimento poche. È un azzardo mal calcolato, perché stona con la fissità dell’intreccio, un canovaccio narrativo ben rodato originariamente da Kurosawa e la cui integrità – perlomeno – permette a Highest 2 Lowest di ancorarsi a una cauta parvenza di senso.
Daniele Sacchi




