Il mago del Cremlino di Olivier Assayas, la recensione

Il mago del Cremlino

Sei anni dopo Wasp Network, Olivier Assayas ritorna alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia con Il mago del Cremlino, thriller politico co-sceneggiato insieme a Emmanuel Carrère e tratto dall’omonimo romanzo di Giuliano da Empoli. Il film segue le vicende di Vadim Baranov (interpretato da Paul Dano), personaggio immaginario modellato su Vladislav Surkov, il consigliere personale di Vladimir Putin (Jude Law). Al centro delle dinamiche del regime post-sovietico, Baranov contribuisce a modellare la Russia emergente, mescolando verità e finzione, dopo aver lavorato per anni prima come regista teatrale e successivamente nell’ambiente televisivo.

In tal senso, Il mago del Cremlino non si limita alla messa in scena dell’ascesa di Putin. Si tratta, prima di ogni altra cosa, di un’efficace esplorazione delle dinamiche del potere nell’orizzonte politico russo, che affronta in particolar modo la questione del controllo delle informazioni. Questo aspetto, così come altri (come la gestione delle apparizioni pubbliche di Putin), non vengono impostati da Baranov secondo le regole della propaganda più diretta. Bensì, il suo operato segue una matrice dichiaratamente caotica, sia nella ricerca di supporto interno – vediamo il reclutamento di gruppi eterogenei tra loro, dai motociclisti nazionalisti Lupi della Notte sino ai cristiani ortodossi – sia nel rapporto con l’elettorato, riempito di informazioni e di notizie contrastanti che si contraddicono a vicenda. La peculiarità che tiene insieme tutto ciò, per Baranov, è il far percepire la necessità di una nuova “verticalità” politica che inquadri Putin come suo nucleo fondante.

Il film di Assayas, tuttavia, non è un affresco con forti pretese di storicismo. Lo si intuisce immediatamente, dalla scelta di un protagonista fittizio e dalla decisione di girare in lingua inglese, fortunatamente senza ricorrere ad accenti marcati (come è successo con House of Gucci, per citarne uno). L’intreccio è volutamente destoricizzato a più riprese, con qualche mancanza rilevante – non si citano i dissidenti e non vi è traccia del rapporto tra Vladimir Putin e Boris Eltsin, ad esempio, con quest’ultimo che appare in scena solo come macchietta – ed eventi reali fin troppo sintetizzati. L’effetto è un po’ quello del riassuntone, ma quello che lo script di Assayas e Carrère riesce a trasmettere è comunque un quadro significativo, in grado di restituire un’immagine precisa del clima politico post-sovietico.

A fare da collante tra tutti questi elementi vi è la regia vibrante di Assayas (quasi punk nelle prime fasi del racconto di vita di Baranov), insieme all’ottima interpretazione di Paul Dano, credibile, calmo e controllato – e anche spregiudicato – nell’interpretare il suo personaggio sia all’apice della sua carriera sia nei momenti di gioventù. Meno interessante è la Ksenia di Alicia Vikander, femme fatale fuori dagli schemi che dovrebbe rappresentare un elogio a una libertà apolitica, ma che non emerge mai realmente come tale, restando di fatto sullo sfondo. Nonostante qualche inciampo, Il mago del Cremlino è comunque un’egregia disamina sul potere e sulle sue forme, verbosa ma intensa nel suo labirinto di immagini, ellissi, manipolazioni.

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Daniele Sacchi