Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch, la recensione

Father Mother Sister Brother

A sei anni dal precedente I morti non muoiono, Jim Jarmusch torna sul grande schermo con Father Mother Sister Brother, per la prima volta in concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Rispetto ai suoi ultimi lavori, questa volta ci troviamo nel regime dei film antologici (come fu Coffee and Cigarettes, la prima apparizione veneziana di Jarmusch nel fuori concorso del 2003), con un cast corale che include – tra gli altri – Cate Blanchett, Vicky Krieps, Adam Driver, Mayim Bialik, Tom Waits e Charlotte Rampling. Nei tre episodi che compongono il film, il regista statunitense esplora i legami tra figli ormai adulti, tra genitori e tra fratelli, disegnando un mosaico di rapporti familiari complessi.

Le tre storie si svolgono nel presente, ciascuna radicata in un contesto geografico diverso: la prima, Father, è ambientata negli Stati Uniti, la seconda, Mother, a Dublino, mentre l’ultima, Sister Brother, si colloca a Parigi. Ogni episodio si apre come una piccola finestra sulla vita dei personaggi, i quali vivono distanti dal contesto familiare e si trovano ora a riunirsi. È un affresco a tratti divertente e a tratti dolceamaro, sospeso tra il gusto per la commedia e un sottile strato di malinconia. E nella sua tripartizione, che non è solo narrativa ma anche prospettica, Father Mother Sister Brother offre uno sguardo delicato e penetrante sulle dinamiche intergenerazionali, con l’humour che emerge tra le pieghe dei piccoli gesti mentre la malinconia affiora come un sottofondo inatteso, conferendo a ciascuna delle sue parti un preciso equilibrio tra tenerezza e riflessione.

È anche una fiera delle bizzarrie il film di Jarmusch. In tutti e tre gli episodi di Father Mother Sister Brother vi sono una serie di rimandi che creano un tessuto simbolico che li lega l’uno all’altro: giovani sullo skateboard, il colore rosso, l’acqua, qualche battuta ricorrente. Tanti sono i momenti esplicitamente ilari, costruiti sui detti e non detti, o su informazioni che possiede solamente lo spettatore e che vengono celate ad alcuni personaggi. Vi è poi un gusto per la composizione dell’immagine che si percepisce in ogni inquadratura, che sia il soffermarsi su una tavola imbandita o su una semplice coppia di persone seduta in auto. È un lavoro di estetica ma anche di rispetto tonale che, specialmente nei primi due episodi, riesce a divertire e intrattenere pur nella messa in scena di rapporti frammentati, che non si possono più ricostruire a causa delle fratture del passato.

Dove Father Mother Sister Brother perde però la sua vitalità immaginifica è nel terzo atto. Se nelle prime due parti assistiamo a bislacchi tentativi di riunione e di riavvicinamento, nell’episodio Sister Brother questa eventualità non è concretamente possibile in virtù della scomparsa dei genitori di due fratelli gemelli. Qui il film prende un’altra piega, aprendo le porte a riflessioni sulla mortalità, sulla memoria (anche spaziale, legata ai luoghi dove si è vissuto) e sulla vicinanza tra i due. L’operazione di Jarmusch è chiara nel suo gioco fondativo e il cambio di registro è il suo punto di svolta, ma la sensazione complessiva è che manchi qualcosa. Nondimeno, pur lasciando la sensazione di un’opera incompiuta nel suo ultimo atto, Father Mother Sister Brother resta comunque un’elegante variazione sul tema della famiglia, veicolata da uno sguardo registico inconfondibile.

Tutte le recensioni di Venezia 82

Daniele Sacchi