La cronologia dell’acqua di Kristen Stewart, la recensione

La cronologia dell'acqua

Al debutto dietro la macchina da presa, Kristen Stewart porta sul grande schermo tutto ciò che ha appreso dai suoi maestri – Assayas, Larraín, in parte Cronenberg – in un film che fa della fantasmaticità del dolore il suo fulcro. Si tratta de La cronologia dell’acqua, adattamento del romanzo autobiografico di Lidia Yuknavitch, che traduce in immagine la ricca frammentarietà del testo di riferimento ricostruendo la vita e le difficoltà della sua protagonista (interpretata dall’attrice britannica Imogen Poots) attraverso echi, tracce, memorie. Da questo punto di vista, La cronologia dell’acqua si presenta come una vera e propria frattura tra identità e immaginario, sia riflessivamente (verso il personaggio-Lidia) sia al di fuori dei limiti dello schermo, protendendo verso il Reale per confondersi con esso.

In una prospettiva meramente narrativa, il film di Stewart rifugge da ogni possibile ricomposizione edificante, rifiutando la linearità per aderire invece alla messa in scena di una logica di sopravvivenza che coinvolge la protagonista. In tal senso, come accade anche nel romanzo di Yuknavitch, il testo filmico trascende la semplice ricostruzione biografica nel tentativo di raggiungere una dimensione universale. Questo processo avviene lontano dai paradigmi del cinema americano popolare, preferendo al contrario un percorso rigorosamente arthouse che, prim’ancora che alla tenuta del racconto, guarda al dominio dell’immagine. Le ambizioni di universalità de La cronologia dell’acqua operano quindi attraverso cascate di immagini che, in un modo o nell’altro, ci riguardano tutti, a partire dall’acqua del titolo, un elemento mai neutro, bensì una sostanza ambivalente (curativa, ma non solo) tesa tra dissoluzione e forma, simbolo di rottura relazionale-identitaria e mantra eidetico rivolto verso una possibile riconfigurazione del Sé.

In questo, La cronologia dell’acqua appare come un progetto ambizioso (troppo, forse), che lavora soprattutto per astrazione, orientando il dolore della protagonista tra un’esperienza di vita e l’altra dimenticando a tratti di “rafforzare” il quadro complessivo. Non che la ricerca di un’integrità totalizzante sia per forza necessaria in un’incursione immaginifica volutamente decostruttiva e sovversiva di questo tipo, ma il rischio è quello di esaurire la propria forza simbolica in poco tempo una volta che il senso dell’operazione si presenta come chiaro e ben definito. Kristen Stewart appare comunque consapevole dei limiti di tale impostazione e mostra un certo estro autoriale nel riuscire a navigarvi attorno, mostrando a più riprese un approccio all’immagine indubbiamente personale, incentrato sulla corporeità femminile e su una palpabile sensibilità emotiva che traspare con vigore soprattutto nei momenti in cui Lidia sembra vicina ai vari punti di non ritorno della sua vita.

La dimensione corporea, nello specifico, costituisce l’asse portante del film, costruito su un’idea di corpo femminile che non appare mai come un veicolo passivo sottomesso alla forza degli eventi, ma come una materia in costante trasformazione, capace di conservare le memorie implicite e le ferite che lo attraversano. Sessualità, desiderio, maternità, abuso: nel flusso di coscienza metonimico de La cronologia dell’acqua, diversi domini si sovrappongono, si uniscono e poi si differenziano l’un con l’altro, in un’esperienza del frammento che, come dicevamo, non può che finire per trascendere il particolare e presentarsi come profondamente umana, in tutto e per tutto, oltre che metamorfica nello spirito. Nella sua imperfezione fondativa, insomma, l’opera prima di Kristen Stewart mostra un’invidiabile passione per l’immagine, nonché per il saper condensare, nei piccoli dettagli, i contenuti latenti e tormentati di un’esistenza che, nonostante tutto, continua a reclamare la propria possibilità.

Daniele Sacchi