Romería di Carla Simón, la recensione del film

Romería

Romería conferma la sensibilità autoriale di Carla Simón, già premiata con l’Orso d’oro per Alcarràs, tornando a indagare – e a interrogare – la memoria familiare come entità viva e reale. Al di là di ogni possibile sguardo nostalgico, la ricerca intrapresa nel film dalla protagonista Marina (Llúcia Garcia) – rimasta orfana in giovane età e ora recatasi a Vigo, in Galizia, per ottenere il riconoscimento ufficiale di paternità – guarda in tal senso al passato nel tentativo di ridefinire il presente. Ciò che interessa realmente a Simón, infatti, è il modo in cui il confronto familiare esercita una vera e propria azione su Marina, finendo per attribuire alla dimensione del ricordo una presenzialità e trasformando il passato in uno spazio vivo, in grado di assumere una funzione identitaria per chi riesce a connettervisi.

Non si tratta, ovviamente, di una sfida facile per la protagonista del film, specialmente a causa di alcuni segreti familiari tenuti celati, nell’ombra, “fisicamente” nascosti per impedire di far sì che la verità emerga con tutto il suo vigore. Per Marina, conoscere queste verità riguardanti nello specifico i suoi genitori non coincide con una semplice curiosità affettiva, né con la volontà – per quanto tardiva – di instaurare un legame con le figure genitoriali (in particolar modo quella paterna) ormai perdute. Al contrario, il progressivo emergere dei segreti familiari rappresenta un autentico atto definitorio per la ragazza, nonché la possibilità di colmare un’assenza che abbraccia sia la storia della sua famiglia sia la sua stessa percezione di sé. In questo, Simón evita derive melodrammatiche, lasciando che siano soprattutto i piccoli gesti, sguardi distanti, scambi essenziali (con lo zio Iago, ad esempio) a delineare la postura esistenziale di Marina.

Da questo punto di vista, in Romería colpisce soprattutto il senso della misura della regia di Carla Simón. Il film si prende i propri tempi senza mai ricadere in un’estetica della dilatazione fine a se stessa tipica di una certa produzione indipendente contemporanea, calibrando con grande equilibrio i momenti di introspezione, il focus sulle gestualità e i confronti tra Marina e i suoi nuovi familiari. La pacatezza che si respira in Romería crea un’atmosfera di rara compostezza, nonostante la gravità di alcuni elementi del racconto, perseguendo un ritmo preciso senza forzature emotive o inutili sottolineature drammatiche. È una forma di controllo espressivo che permette al film di sfiorare temi complessi, dal trauma della perdita allo stigma legato all’AIDS, senza mai appesantire l’intreccio con enfasi eccessive. In questo equilibrio si inserisce anche il lavoro formale dell’opera, sublimato dalla direzione della fotografia di Hélène Louvart (collaboratrice stretta anche di Alice Rohrwacher) così come da un continuo dialogo – per immagini – tra temporalità differenti (gli anni ’80 e i primi anni 2000) capace di attribuire alla memoria una forte carica visiva oltre che meramente narrativa.

Non stupisce, proprio in virtù della grande attenzione attribuita al dominio dell’immagine, che il momento più significativo del film sia richiamato attraverso una lunga sequenza onirica, in una commistione tra memorie “reali” e il filtro dello sguardo immaginativo di Marina. La spettralità del passato acquisisce così una forza evocativa unica, rimanendo allo stesso tempo in linea con la misura e l’equilibrio dell’opera, evitando di eccedere in barocchismi fuori luogo. È forse questo elemento – pur lodevole, come dicevamo – a imbrigliare l’espressività di Romería, a differenza del recente La cronologia dell’acqua di Kristen Stewart, affine per molti aspetti ma molto più radicale nella forma. La scelta è comunque comprensibile e ben ponderata: un’omogeneità e una coerenza senza eccessi, precisa e sobria, che trasforma una vicenda profondamente personale (il film è parzialmente autobiografico) in un pensiero più ampio sull’identità e sul senso di appartenenza.

Daniele Sacchi