The Ax di Donald E. Westlake, romanzo già portato sul grande schermo da Costa-Gavras nel 2005 con il film Cacciatori di teste, è il punto di partenza fondamentale di No Other Choice di Park Chan-wook. Il regista sudcoreano, per la seconda volta in concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (la prima fu vent’anni fa con Lady Vendetta), rimodula il testo di Westlake e lo adatta al suo stile espressivo e ritmico, in piena continuità visiva con il precedente Decision to Leave. Il risultato è un’opera che riflette, con la crudezza tipica di Park ma anche con tanto gusto per la comicità grottesca, sulle ossessioni del singolo, sulle fratture sociali e sulla violenza latente nascosta dietro l’ordinario.
Il racconto alla base è lo stesso di The Ax, adattato però al contesto coreano. Man-su (uno straordinario Lee Byung-hun) ha trascorso venticinque anni perfezionando l’arte della produzione della carta e ora conduce un’esistenza serena con la moglie Miri (Son Ye-jin), i figli e i cani. La sua vita sembra completa, almeno fino a quando, come un fulmine a ciel sereno, riceve la notizia del suo licenziamento (viene axed, in inglese, e da qui uno dei significati del titolo del romanzo di Westlake): un taglio netto che lo lascia attonito, smarrito e condannato al precariato. Determinato a garantire stabilità alla famiglia, Man-su si promette di trovare un nuovo impiego entro tre mesi, ma non riesce a rispettare la scadenza. Man-su tenta quindi un’ultima strada. Convinto delle proprie capacità, prende una decisione estrema: se un posto di lavoro non esiste sarà lui stesso a crearlo, arrivando a considerare possibilità omicide.
Come tipico per il cinema di Park Chan-wook, sono i desideri più reconditi dell’essere umano, quelli più cupi, covati a lungo nel nostro spazio interiore, a essere esibiti sullo schermo. Messi in mostra ma anche ridicolizzati, ridotti a vere e proprie gag, come se nell’inevitabile presa di coscienza della loro sussistenza non si possa far altro che ridere del loro manifestarsi. Una risata amara, col senno di poi, ma che nell’hybris estatica del momento avvolge e cattura, trascinando a fondo sia chi ne è vittima (Man-su) sia lo stesso spettatore. No Other Choice non lesina mai su questo. Si apre come l’happy ending di una favola, con una famiglia felice di “avercela fatta”, di vivere in una grande villa (la casa d’infanzia del protagonista) senza preoccupazioni di sorta se non il godersi il quieto vivere. In questo scenario idilliaco, la perdita del lavoro di Man-su finisce per gravare sulla psiche dell’uomo come un lutto improvviso. Ed è qui che subentra la necessità del ribaltamento ironico: non per mitigare, ma per dare un reale sfogo alla propria interiorità sovversiva.
È proprio nel suo darsi come una commedia irriverente che No Other Choice rappresenta in realtà l’orrore più puro: nel tentativo di preservare la propria umanità, quella materiale e emotiva, fatta di beni concreti, di sensazioni appaganti, di equilibrio familiare, di stabilità individuale, Man-su finisce per perderla lentamente. O, se vogliamo rigirare la questione, quello che fa Man-su è scavare dentro di sé e affermare una parte della sua (dis)umanità. Quel mostruoso latente, lo stato di natura placato dalla legge. Uno sfogo primigenio che, ci suggerisce Park, è tutto sommato inutile: un appagamento pulsionale che mira a una certa forma di preservazione, ma che si scorda le precarietà insite nell’essere umano. A partire dalla mortalità, certo, ma anche la sua possibile sostituibilità.
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Daniele Sacchi




