After the Hunt – Dopo la caccia, decimo film di Luca Guadagnino (escludendo i documentari), arriva nel Fuori Concorso dell’82esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia carico di aspettative. A partire, soprattutto, da un cast stellare che vede Julia Roberts come protagonista, affiancata da Andrew Garfield e dalla rivelazione di The Bear Ayo Edebiri (e citiamo anche il bellissimo Bottoms di Emma Seligman), oltre che da Michael Stuhlbarg e Chloë Sevigny. Ma è anche un banco di prova interessante per il regista italiano, chiamato a mettere in scena un racconto all’apparenza stratificato – la sceneggiatura è dell’esordiente Nora Garrett – che esplora alcune spinose dinamiche radicate nel tessuto sociale contemporaneo, a partire dal discorso sul valore del consenso sino ad arrivare alla cancel culture.
La trama del film vede una stimata professoressa universitaria, Alma Olsson, trovarsi di fronte a un bivio morale quando il suo collega Hank viene accusato di molestie da una brillante studentessa, Maggie, facendo inoltre riaffiorare un segreto sepolto del suo passato. Ed è davvero tutto qui: un’idea narrativa striminzita che vive della sua costante reiterazione tematica. A ogni ripetizione, lo script cerca di aggiungere densità, strati, digressioni filosofiche, lezioni di etica. Non è un’opera di intrighi After the Hunt, bensì è un thriller filosofico (e non psicologico, come si potrebbe erroneamente pensare) depauperato delle esplorazioni tipiche del cinema di Guadagnino.
Non c’è spazio, infatti, per il dominio del corporeo o per un’analisi della sessualità. Guadagnino opta per una messa in scena dell’essenziale, un lavoro di misura che se da un lato evidenzia la sua duttilità come autore, dall’altro lato lascia l’amaro in bocca. Certo, l’impostazione discorsivo-teatrale è più omogenea rispetto alle dispersive derive lisergiche di Queer o all’erotismo naïf di Challengers, ma la costante enfasi sulla parola rispetto all’immagine dopo un po’ stanca. Perché sotto tutti i suoi strati, After the Hunt non ha moltissimo da dire. Qualche spunto c’è. «Non tutto ha lo scopo di metterti a tuo agio», come dice Alma, è un monito efficace per gli smidollati che si nascondono dietro la scusa delle “fragilità”. Ma sui nodi cruciali del film, a partire dal suo conflitto centrale, manca quella sostanzialità che si poteva respirare, ad esempio, nel Tár di Todd Field.
La sceneggiatura di Nora Garrett, in particolare, cerca di riflettere attivamente sul post-MeToo, un’epoca dove un’accusa equivale a una condanna. I personaggi disquisiscono sulla liceità del fare carriera in un ambiente misogino e sugli eccessi di potere degli uomini bianchi eterosessuali. In mezzo abbiamo un matrimonio in crisi, avventure giovanili, complessi di Elettra. Tra Alma e Maggie intercorre un botta e risposta che (dis)inquadra ogni questione muovendosi su teorie del pensiero ben consolidate, buttandoci dentro anche l’homo sacer di Agamben. Quello che però After the Hunt fatica a cogliere è che il cinema è già di per sé filosofia e che non ha bisogno di questo tipo di legittimazione. In tutto ciò, i rari sprazzi di estetica guadagniniana che a tratti emergono, come la macchina da presa che spesso si sofferma sulla gestualità e sulle mani dei protagonisti che parlano, valgono più di tutti i discorsi abbozzati – e mai compiuti – nel film.
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Daniele Sacchi




