Il figlio di Saul metteva in scena la storia di un prigioniero ungherese ad Auschwitz nel 1944, attivo in un gruppo di Sonderkommando. Tramonto tornava più indietro, nella Budapest del 1913, a osservare l’inesorabile caduta dell’Europa attraverso gli occhi di una ragazza in cerca di suo fratello. Orphan, terzo film di László Nemes attualmente in concorso all’82esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, si posiziona invece nel 1957, sempre a Budapest, un anno dopo la tentata rivoluzione ungherese contro i sovietici. Qui Andor (il giovanissimo Bojtorján Barabas) vive con la madre Klára, che lo ha cresciuto con una visione idealizzata di suo padre, il quale non è mai tornato dalla guerra. Ma un uomo, Berend Mihály, visita spesso la casa di famiglia di Andor, instillando numerosi dubbi nel bambino circa il reale destino di suo padre.
Ancora una volta, storie di persone che si intrecciano con la violenza ciclica della Storia. Nemes non tradisce lo stile che lo ha reso celebre, quella semi-soggettiva ravvicinata che ha permesso a Il figlio di Saul di imporsi come un’esperienza cinematografica lancinante (artificio che risuonava funzionale ma meno d’impatto, invece, in Tramonto), ma qui lavora di misura, con una messa in scena meno ostica e parzialmente convenzionale. Il punto di vista è sempre quello di Andor, ma non si tratta di uno sguardo registico ossessivo o claustrofobico. Non vi è più il caos rivelatorio del background, bensì vi è cuore nel racconto e, più nel dettaglio, nell’esperienza del bambino protagonista, spettatore inerme di un contesto storico e di una storia familiare che non riguarda solo l’hic et nunc, ma che abbraccia tutta l’esperienza traumatica del primo Novecento.
Orphan è un film di interiorità più che di esteriorità, dove ciò che stupisce maggiormente è la dimensione spettrale del protagonista, il suo conflitto esistenziale e il tentativo di legittimare (o meno) la sua natura fondante. Sono tante le immagini di Orphan che mirano a colpire in profondità in tal senso, come le “confessioni” di Andor nel seminterrato, come la sua intrusione nella casa di Mihály, o come la sequenza sulla giostra con l’amica Sári. Purtroppo, però, Nemes si perde spesso nelle prolissità, nelle reiterazioni, nella ripetizione del già detto. Specialmente nel delineare il rapporto tra il protagonista e sua madre, monocorde e a senso unico lungo tutta la durata del film (132 minuti abbondanti). Così, quelle immagini che riescono davvero a scuotere appaiono solamente come segmenti isolati che faticano a scardinare la piattezza di un racconto che, come dicevamo, vorrebbe proporsi sin da subito come l’essenza di questa esperienza cinematografica.
In tutto ciò, è anche un peccato che si sia scavato poco nelle aperture più politiche suggerite a sprazzi nel corso del film, a partire dalla storia del fratello rivoluzionario di Sári, costruita a lungo nel primo atto per poi essere chiusa frettolosamente nel momento in cui “serve” come deus ex machina, sino a tutta la parentesi dedicata alla cultura ebraica che rimane solo una suggestione. Orphan è dunque un elogio della frammentarietà spalmato in quella che dovrebbe essere invece una struttura coesa, impreziosita perlomeno da sporadiche scelte creative di rilievo, come l’utilizzo che Nemes fa della (presunta) pistola di Čechov per sondare sino in fondo la psicologia del suo protagonista. Sul tumulto di Andor si regge dunque tutto Orphan: sufficiente per convincere, ma non abbastanza per lasciare un’impronta duratura.
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Daniele Sacchi




