Bugonia di Yorgos Lanthimos, la recensione del film

Bugonia

Habitué del Lido, Yorgos Lanthimos ritorna alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia dopo essere passato da Cannes lo scorso anno con l’antologia Kinds of Kindness. Lo fa con Bugonia, remake della commedia coreana dalle tinte sci-fi Save the Green Planet!, un’opera relativamente poco conosciuta rispetto alla grande frontiera creativa che è stata la Korean New Wave tra gli anni ’90 e i primi anni 2000. Il film diretto nel 2003 da Jang Joon-hwan viene riplasmato dal regista greco – che, lo ricordiamo, due anni fa si è aggiudicato il Leone d’oro con Povere creature! – e dalla sceneggiatura di Will Tracy (già penna del thriller di Mark Mylod The Menu) in uno sguardo puramente contemporaneo, crudo ed essenziale, sulla paranoia e sulla distorsione che accompagna certe visioni del mondo.

Se guardiamo all’idea narrativa di Save the Green Planet!, lo scheletro alla sua base viene rispettato. In Bugonia, infatti, assistiamo al rapimento e alla conseguente tortura dell’amministratrice delegata di un’azienda farmaceutica, Michelle (Emma Stone, ormai musa di Lanthimos), da parte di due complottisti, Teddy (Jesse Plemons) e il cugino Don (l’esordiente Aidan Delbis). Il sottotesto principale del film risiede tutto nel titolo, Bugonia, riferito a uno specifico rito dell’antichità – raccontato anche nelle Georgiche di Virgilio – fondato sulla credenza errata che le carcasse bovine fossero il luogo di nascita spontanea delle api. Da qui la parola greca bugonia, letteralmente la progenie bovina. Non a caso, Teddy è proprio un apicoltore, convinto – tra le altre cose – che Michelle sia una pericolosa aliena.

Controllo, manipolazione, visioni distorte della realtà. Nonostante l’operazione remake, Bugonia porta con sé tutto il cuore dell’estetica e della poetica lanthimosiana recente, quella più pop, cinica e grottesca, sebbene meno glaciale rispetto agli esordi. Il discorso a monte del film persegue due modalità di pensare e di vivere il Reale, due concezioni che non possono fare a meno che scontrarsi. Da un lato il complottismo più becero, la perdita di fiducia nel valore dell’informazione, credenze subdole e “scuse” per giustificare la violenza sull’Altro, sia fisica sia verbale. Incarnazione di ciò è Teddy, convinto della folle idea che esistano alieni provenienti da Andromeda nascosti sulla Terra per eliminare progressivamente gli esseri umani. Teddy è piegato a tal punto dai suoi deliri da trascinare con sé Don, un ragazzo che soffre di disabilità cognitive e che segue alla lettera le richieste del cugino, pur dimostrando controintuitivamente una maggior presa sul Reale rispetto a Teddy e una soggiacente volontà di escapismo.

Il secondo percorso che il film affronta è legato esplicitamente al contesto statunitense, in particolar modo alla crisi degli oppioidi. In tal senso, una figura come quella di Michelle assurge, per estensione, a rappresentare un preciso modo di intendere il settore corporate, diventando emblema del CEO pronto a far qualsiasi cosa per il benessere della propria azienda nascondendosi dietro a un’immagine benevola in linea con i trend etici del momento. Lanthimos accenna in particolare alla questione della diversity forzata e ai cortocircuiti che rischia di generare compenetrandosi con le logiche capitalistiche. Da questo punto di vista, le accuse di essere aliena, per quanto provenienti da una mente instabile, non sono così lontane da quella che è la nostra effettiva realtà di CEO ebbri di potere: essere alieni nei confronti dell’Altro, un’alienità (l’appartenere a altri, in questo caso l’azienda) che che viene sopra ogni altra cosa, lavoratori e clienti compresi.

Oltre alla perturbante messa in scena, sospesa tra una violenza cinica e un’ilarità macabra, è da segnalare l’inquietante colonna sonora di Jerskin Fendrix (già collaboratore di Lanthimos in Povere creature!), perfetta nel corroborare l’impronta visiva del regista greco, così come le performance eccezionali di Jesse Plemons e Emma Stone. Con Bugonia, Lanthimos scava a fondo nel cuore delle paranoie contemporanee, pervasive nella società statunitense ma non esclusive ad essa, visto che con le loro peculiarità fondanti – ignoranza, disinformazione, ma anche la capillarità di Internet – possono raggiungere chiunque. E arriva a un’amara conclusione: la necessità della rovina umana, carcassa ideale per permettere al pianeta di ripartire.

Tutte le recensioni di Venezia 82

Daniele Sacchi