L’Odissea di Christopher Nolan prende il mito classico, lo trasforma, lo modella a suo piacimento. Lo fa, soprattutto, senza alcun timore reverenziale. L’autore britannico si appropria di Omero per restituirci un’opera personale, mettendo da parte ogni pretesa di fedeltà filologica (come se a un autore di Cinema potesse ancora interessare, a più di un secolo dalla nascita del medium, la completa referenzialità segnica) per concentrarsi invece sulle proprie ossessioni. Il ritorno a casa (Interstellar e la trilogia de Il cavaliere oscuro), la crisi della modernità (Oppenheimer), la memoria (Inception, Memento) e ovviamente la costante di ogni suo film: il tempo.
Nolan non si accontenta del semplice retelling, una sfida titanica da affrontare in tre “sole” ore di film, ma il suo obiettivo è costruire la sua Odissea, sfruttando il viaggio di Ulisse per interrogarsi su un profondo disagio valoriale. Un disagio che è proprio della contemporaneità. La crisi dell’uomo – del maschio – contemporaneo l’abbiamo vista traslata su schermo, ad esempio, nella filmografia recente di Paul Schrader (pensiamo a First Reformed o a The Card Counter). È stata affrontata negli ultimi mesi, con un taglio molto diverso, da due horror brillanti, Obsession e Backrooms. A sua volta, Christopher Nolan prende le mosse dal mito omerico per parlarci di noi, attraverso un eroe (lo è davvero?) che non è quello della tradizione, astuto e anche spietato, bensì un individuo tormentato da un conflitto interiore all’apparenza inesauribile, un senso di colpa frutto di una crisi valoriale che, a partire dalla decennale guerra di Troia, si è sedimentata in lui.
Così, Nolan piega l’Odissea al suo discorso sul tempo. Il montaggio, a cura di Jennifer Lame (Hereditary, Tenet, Oppenheimer), si muove tra passato e presente senza soluzione di continuità. Al viaggio di ritorno di Ulisse (interpretato da un introspettivo Matt Damon) sono affiancati gli echi della caduta di Troia, l’occupazione dei Proci a Itaca nel tentativo di ottenere la mano di Penelope (Anne Hathaway), così come il viaggio di Telemaco (Tom Holland) a Sparta. I punti di vista si alternano, spezzati da alcuni brevi intermezzi di un amnesico e sofferente Ulisse, sperduto sull’isola della ninfa Calipso (Charlize Theron), costantemente accompagnato dalle apparizioni di una giudicante Atena (Zendaya). La frammentazione, pur nascendo dal testo di riferimento, evita di ridursi a mero gioco stilistico (come si poteva, volendo, imputare a Dunkirk) per proporsi invece come un’enfasi ritmica costante, molto affine ai salti tematici di Oppenheimer, cercando di intessere un filo comune che accompagna lo spettatore nel disvelarsi non tanto del viaggio di Ulisse in sé, ma dei suoi dilemmi interiori.
In virtù di questo, Nolan altera l’episodio con Polifemo (eliminando, ad esempio, il gioco di astuzia di Nessuno) per restituire un’impressione puramente orrorifica dell’incontro, a partire dal soffermarsi sul buio estremo della sua caverna sino ad arrivare ai grotteschi lamenti del ciclope dopo essere stato ferito all’occhio. Similmente, la sequenza dedicata alla maga Circe (impeccabile Samantha Morton nella parte) si avvicina all’ingordigia body horror di Society di Brian Yuzna. Il canto delle sirene, sublimato dal lavoro “ovattato” di Ludwig Göransson (perfetto in tutto il film), assurge a rappresentazione della volontà di non-ritorno di Ulisse, così come la discesa nell’Ade, profondamente diversa rispetto al poema omerico, conduce il protagonista a un confronto con Sinone (Elliot Page) e con Agamennone (Benny Safdie) che è puro specchio del suo conflitto identitario. Ulisse non è l’eroe del ritorno, ma l’uomo incapace di tornare perché il mondo valoriale che lo ha formato è ormai in rovina.
A monte, Nolan circoscrive nel suo Ulisse i drammi di una realtà che non può proseguire, cristallizzata nel tempo (Penelope che continua a disfare la sua tela…), finché una precisa idea di conquista, di guerra, che sia campale o maritale, continuerà a persistere. Tuttavia, la paura – legittima – della chain reaction che chiudeva Oppenheimer viene qui arginata, messa tra parentesi: Nolan, guardando forse indietro, alla chiusa invece di Dunkirk, posa il suo sguardo su una possibile apertura, sublimata nella presa di coscienza – in realtà, a posteriori – di Ulisse durante l’assedio di Troia, anche là dove tutti i valori e i presunti principi intoccabili sembrano essere crollati. È dunque un viaggio, questa Odissea, non “di Omero” ma “di Christopher Nolan”, un’epopea che non può che rappresentare la vera e propria summa definitiva di tutto il suo cinema, di tutte le sue idee, di tutte le sue ossessioni.
Daniele Sacchi




