Se solo potessi ti prenderei a calci, la recensione del film

Se solo potessi ti prenderei a calci

A quasi vent’anni dal suo esordio, Mary Bronstein torna dietro alla macchina da presa con un’opera coraggiosa. Se solo potessi ti prenderei a calci è un film che si muove sul confine instabile tra dramma psicologico, black comedy e tensione quasi orrorifica, senza mai scegliere definitivamente un territorio. È una spirale cangiante e ossessiva che proprio nell’insistere sulla sua instabilità trova, al contrario, la propria coerenza formale.

Al centro della vicenda troviamo Linda, psicoterapeuta e madre, interpretata da una straordinaria Rose Byrne, premiata lo scorso anno a Berlino con l’Orso d’Argento per la miglior interpretazione. Linda è una donna che tenta di reggere una quotidianità progressivamente ingestibile: una figlia affetta da un disturbo alimentare pediatrico, un marito assente (interpretato da Christian Slater), pazienti che reclamano attenzioni e limiti che lei stessa non riesce più a tracciare. Quando il soffitto del loro appartamento crolla costringendola a trasferirsi in hotel, l’equilibrio – già precario – cede definitivamente.

Bronstein costruisce il suo Se solo potessi ti prenderei a calci come un’esperienza profondamente destabilizzante. Non si tratta semplicemente di raccontare lo stress materno, ma di trasmetterlo attivamente. L’uso insistito dei primi piani, il sound design invasivo, la reiterazione di microeventi destabilizzanti producono una sensazione di sovrastimolazione costante entro la quale filtra una verve di humour nero che impedisce la “caduta” nel melodramma.

In questo, la scelta del punto di vista gioca un ruolo fondamentale. Pur non essendo girato in soggettiva, il film di Mary Bronstein aderisce integralmente alla prospettiva di Linda, operando (sagacemente) anche per rimozione. La figlia, nello specifico, si sottrae alla visione, la sua figura non viene mai mostrata interamente. È una scelta registica tutt’altro che casuale: la parzialità dello sguardo produce una forma di disembodiment spettatoriale che riflette l’esaurimento mentale della protagonista. Non è la bambina a essere negata, ma la possibilità di una messa in scena pacificata della maternità.

In questo senso, il sondino per l’alimentazione della figlia di Linda diventa metonimicamente il simbolo di una maternità mediata, tecnicizzata, sottoposta a un monitoraggio (forse) inessenziale. E per tratteggiare a dovere la crisi nevrotica di Linda, il film affonda a più riprese anche nel surreale, con derive che richiamano una dimensione lynchiana nel modo in cui la realtà si incrina senza mai spezzarsi del tutto. Se solo potessi ti prenderei a calci, dichiaratamente, non è un horror, eppure alcune scelte visive si muovono verso quella direzione: non nel voler “far paura”, ma nell’esibizione di un contenuto manifesto perturbante che guarda al quotidiano come sorgente minacciosa, trasformando ciò che è “domestico”, mondano e apparentemente in equilibrio in qualcosa di pericoloso e instabile, facendo così emergere le crepe del Reale.

Da questo punto di vista, il film di Mary Bronstein è un’esperienza soffocante, ma anche uno sguardo onesto che mette in scena la maternità come una forza tensiva in cui amore e risentimento, dedizione e desiderio di fuga riescono – pur con estrema difficoltà – a coesistere senza annullarsi. Bronstein firma così un’opera che guarda al femminile come postura dello sguardo, riuscendo a trovar pace solo nel porsi come pienamente aderente alle fratture interiori della sua protagonista.

Daniele Sacchi