Jay Kelly. Jay Kelly. Jay Kelly. Lo dice tante volte il personaggio interpretato da George Clooney nel nuovo film di Noah Baumbach, Jay Kelly appunto, presentato in concorso all’82esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Si guarda allo specchio ripetendo il suo nome come un mantra, per restare ancorato alla realtà forse, o per cercare di rendere manifesta quella che è la sua essenza. Star del cinema, da alcuni idolatrato e da altri accusato di «interpretare sempre se stesso», Jay Kelly sembra quasi un’estensione dello stesso Clooney, rilettura metacinematografica del suo Sé sospesa tra riflessioni esistenzialiste e uno sguardo sul valore iconico dell’immagine attoriale. Insieme al suo manager Ron (un ispirato Adam Sandler), Jay viaggia per l’Europa, tra Parigi e la Toscana, e riflette sul suo passato, sulla sua vita, sulle sue (non) scelte. Una coppia inedita e sorprendentemente in armonia.
Dopo Rumore bianco, tentativo modesto di trasporre sul grande schermo il romanzo omonimo di Don DeLillo, Baumbach ritorna a quello che sa fare meglio, un cinema fatto di persone reali (Il calamaro e la balena, The Meyerowitz Stories, Storia di un matrimonio) che, anche se distanti dal nostro vissuto per ceto, professione o stile di vita, riescono comunque a tendere all’universale. Il merito, lo ha dichiarato lo stesso regista, va anche alla sua nuova partnership creativa. Come co-sceneggiatrice del film non vi è infatti la moglie Greta Gerwig, con la quale ha realizzato oltre ai suoi film più recenti anche il fenomeno globale Barbie, bensì l’attrice britannica Emily Mortimer. Sia Gerwig sia Mortimer figurano tra i tantissimi personaggi secondari che ronzano attorno a Jay, mentre lui, da un set all’altro, si gode la sua carriera e il suo successo. C’è anche Laura Dern nei panni di Liz, l’addetta stampa di Jay, così come Billy Crudup che è invece Timothy, ex amico in cerca di vendetta per un ruolo “rubato”. E ancora, Jim Broadbent è un regista che in passato ha diretto Jay nel suo primo film, mentre Riley Keough e Grace Edwards interpretano le due figlie dell’attore, Jessica e Daisy.
Ed è proprio nella dimensione familiare che Baumbach architetta il suo piano di decostruzione del divismo di Jay/George, in un gioco duale che funziona proprio in virtù dello status di Clooney, una tipicità hollywoodiana che oggi – purtroppo o per fortuna – è ormai di pochi. Nel corso del film, Jay si rende progressivamente conto di aver trascurato la sua famiglia nel corso degli anni e di essere solo, nonostante non lo sia mai per davvero dal momento che è sempre circondato dal suo entourage, servito e riverito per ogni minima cosa. Questo contrasto costitutivo della fama viene sottolineato a più riprese da Baumbach tra momenti di pura comicità e altri invece più seri (le discussioni con le figlie, soprattutto), un equilibrio formale che regge dall’inizio alla fine del film.
Senza voler mettere in scena a tutti i costi una storia tragica o strappalacrime, il regista statunitense trova la giusta amalgama tra riflessione e intrattenimento, peraltro evitando di sconfinare negli stilemi tipici del buddy movie. Ron, il personaggio di Sandler, svolge in tal senso un ruolo complementare, centellinato e mai fuori luogo, ben incastrato nella sceneggiatura nel delineare i suoi tormenti personali (il rapporto con Liz, i problemi in famiglia, l’ossessione per il lavoro). Grazie alla sua prova e grazie al carisma di Clooney (che non si è limitato al compitino), Baumbach restituisce al pubblico un cinema intimo, ironico e che, a modo suo, cerca di parlare a tutti. Sono tanti i film sul divismo e sui dilemmi della fama, ma Jay Kelly si inserisce in questo filone con una rinnovata energia.
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Daniele Sacchi




