Un gruppo di liceali, mano nella mano, si getta sotto un treno in corsa. Suicide Club si apre così, con un gesto collettivo che sembra voler annullare immediatamente ogni possibilità di lettura e interpretazione. Si tratta di un’esplosione di violenza che opera per annichilazione, sottomettendo a sé il dispositivo (la macchina-cinema) nonché lo sguardo spettatoriale. Sin da questo incipit folgorante, Sion Sono costruisce poi un film – al cinema dal 27 aprile insieme a The Whispering Star, entrambi distribuiti da Cat People – che al contrario non rappresenta solamente il trauma di una società alienata, ma lo replica e lo diffonde.
In questo senso, il secondo suicidio collettivo mostrato introduce una variazione decisiva, in quanto il gesto nasce come imitazione e gioco macabro. Il suicidio diventa un comportamento replicabile, un inevitabile circolo dell’orrore. In questo passaggio, Suicide Club chiarisce il proprio oggetto, che non è la morte volontaria in sé, ma la sua trasformazione in un fenomeno collettivo, quasi virale. La struttura del film riflette questa instabilità. Sion Sono alterna diversi registri, passando dall’orrore a sequenze di natura pop, come le idol Dessert che si esibiscono con la loro hit Mail Me. Questo scarto non è puramente ornamentale, ma strutturale: la cultura pop assorbe la violenza e la redistribuisce, in una destabilizzante coazione a ripetere.
Come ho già approfondito nel mio testo Il cinema horror contemporaneo, in Suicide Club «Sion Sono scardina il regime del convenzionale e ci immerge nel cortocircuito sociale del suo Paese, muovendosi tra la pop culture e l’analisi delle nuove dinamiche mediali. Al centro dell’isteria suicida che nel corso del film vediamo diventare consuetudine e normalità, troviamo Internet e le dinamiche dei forum e delle chat, vero e proprio luogo di diffusione virale delle ansie dei ragazzi giapponesi e del desiderio suicida». Fondamentale è dunque lo spazio virtuale, in un’epoca in cui era ancora emergente e che tanto anticipa del nostro reale corrente. Internet come infrastruttura intersoggettiva assurge a un luogo in cui l’angoscia si organizza e si trasforma in linguaggio comune, con il suicidio collettivo che, in questo contesto distorto, finisce per agire come vero e proprio contagio simbolico (un po’ come accade, sebbene in modo differente, nel Kairo di Kiyoshi Kurosawa).
Il soggetto così si dissolve, i personaggi del film non appaiono mai pienamente padroni delle proprie azioni, ma attraversati da forze che li eccedono. È proprio questa visione prospettica a rendere il film ancora attuale. In un contesto in cui i meccanismi di imitazione e viralità strutturano l’esperienza quotidiana, Suicide Club appare come una riflessione anticipatrice sulla fragilità dell’individuo all’interno dei sistemi mediali contemporanei, in una rete di processi destinati a replicarsi, trasformarsi e coinvolgere anche chi semplicemente si limita a dirigere il proprio sguardo in un voyeurismo acritico e distaccato, di fatto disorientando e aprendo – pur con le sue tensioni irrisolte – alla possibilità di una vera e propria dissoluzione del soggetto.
Daniele Sacchi




